martedì 6 gennaio 2009

La lotta di un padre: «Emarginato a scuola e privato degli strumenti per apprendere» di Anna Maria Ferrari
Per renderlo un bambino sereno sarebbero bastati un registratore appoggiato sul banco, una lavagna scritta in stampatello maiuscolo, il permesso di tenere la calcolatrice in classe. Oggi Alessandro ha 13 anni e fa la terza media in una scuola del Parmense. Ma la sua, per troppi anni, è stata un’infanzia di diritti negati.Soltanto a 11 anni, nel 2006, Alessandro ha scoperto di essere dislessico. Prima, per i suoi maestri era solo un bimbo «distratto », «svogliato», «irrequieto». «Viziato», come continuava a ripetere il docente ai suoi genitori (che chiedono l’anonimato). Eppure lui studiava anche cinque ore al giorno, aveva smesso di fare sport perché lo studio gli rubava la vita e le amicizie. Ma, ugualmente, era uno degli ultimi della classe. Inutili gli sforzi per cavarsela come gli altri compagni. Le tabelline erano una montagna da scalare, la «p» e la «d» ballavano sul foglio da leggere, dimenticava subito quanto aveva appena appreso. Un incubo….
Due bambini per classe.Sono due bambini ogni 28. Circa il 5 % della popolazione, un milione e mezzo in Italia, negli Usa ormai sfiorano il 10 %. Anche se stime precise non ci sono, perché nel nostro Paese siamo il fanalino di coda pure nei monitoraggi. Sono i dislessici: non malati o disabili, anzi, bambini con un’intelligenza normale o superiore alla media. Ma con un disturbo nell’apprendimento. Erano dislessici Leonardo, Raffaello, Picasso, Einstein. Geniali, ma diversi dagli altri. Bambini che iniziano a inciampare nel sillabario in prima elementare, spesso non arrivano al diploma, l’università è un traguardo solo per pochi. In Italia: perché all’estero sono più tutelati, esistono leggi da hoc che assicurano loro percorsi scolastici e una vita normale. Eppure bastano alcuni strumenti per aiutarli: supporti informatici - un normale pc in classe - per sostenere le loro grandi abilità ad apprendere linguaggi visivi e orali, mappe concettuali (cioè schemi che riassumono pagine scritte), tempi più lunghi per fare temi e verifiche, perché i dislessici fanno fatica a tradurre i fonemi in grafemi, più attenzioni da parte dei docenti per aiutarli a contenere l’ansia davanti a un’interrogazione a sorpresa.
Una storia emblematica. Alessandro, una storia modello. «Ci siamo accorti alle elementari che studiava molto, ma otteneva pochi risultati. E siamo stati io e mia moglie ad andare a scuola, a chiedere colloqui. Mia madre è maestra, mia moglie pure. A casa lo aiutavamo, sapeva tutto, ma arrivato in classe, nulla. Era distratto, faceva fatica a orientarsi nel tempo e nello spazio», racconta il padre. In terza elementare, la situazione esplode: «Tanta fatica sui libri, la maestra non capiva, il bambino soffriva. L’ho portato dal pediatra: respirava a fatica. Erano crisi di ansia. Disperazione ogni volta che affrontava la classe». Il colloquio con le maestre, un disastro: «”Suo figlio non sa leggere perché lei lo vizia”, mi sono sentito dire. Mi sono alterato sul serio: gli ho detto, preparatemi il nulla osta per cambiare scuola. E l’ho fatto». Nuova classe, compagni diversi, docenti con altri metodi: «Un po’ meglio, ma sempre tanti problemi.Anch’io lo sgridavo: “possibile che ti dimentichi tutto, che fai così fatica a concentrarti?”». Prima media, tante nuove materie e gli ostacoli si moltiplicano. «Chiediamo di nuovo un colloquio al preside: si presenta con un foglietto scritto a mano, “scusi, ma suo figlio non fa la quinta?”, sbaglia perfino la classe. Manteniamo la calma di fronte alla solita litania: distratto, troppo vivace, non si impegna. Ma il foglietto è girato verso di noi e io riesco a leggere “dislettico”. Non posso crederci: pensavano quello, ma non sapevano neppure come si scrive!». Una doccia fredda, ma anche il primo passo della risalita. Verso la diagnosi: «Tornati a casa, ci siamo incollati a internet. Alla voce dislessia c’erano tutti i sintomi che aveva mio figlio. Uguali, precisi. Tali e quali. Dopo, abbiamo chiamato il neuropsichiatra e siamo arrivati alla diagnosi. Il bimbo faceva la prima media, aveva 11 anni. Ci sono voluti più di cinque anni di scuola per capire. E secoli di sofferenza». Secondo i manuali neuropsichiatrici, più la diagnosi è precoce, maggiori garanzie ha il bambino di avere una vita normale.
La diagnosi.
Dal giorno fatidico della diagnosi, cosa è cambiato? Tanto, in famiglia. Solo qualcosa, a scuola. «Perché, nonostante siamo riusciti a fornire l’istituto di strumenti compensativi, cioè computer con software adeguati, che sono fondamentali anche per fare i compiti a casa, il dirigente non può usarli come dovrebbe per “problemi burocratici”».
La battaglia per una legge.
Altre mura da abbattere. «Sì, ai bambini dislessici bisogna garantire un percorso scolastico con gli strumenti che servono. Se ci fosse una legge, non sarebbe una battaglia individuale. Ma un diritto da rispettare».
PressIntegrazione anno VII / n. 1 del 05-01-2009 dal sito “La Gazzetta di Parma”

1 commento:

  1. Che dire! sono sconcertato che gli insegnanti non si siano accorti che era dislessia... hanno distrutto un bambino, la sua autostima, la sua infanzia... Ovviamente sono d'accordo, ci vuole una legge che riconosca la gravità dei disturbi specifici dell'apprendimento magari con un protocollo d'intesa...

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